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Giovedì 21 Gennaio 2010 10:27 |
NOTAZIONI DEL PRESIDENTE NAZIONALE ANPI
CARLO SMURAGLIA:
Ci hanno talmente abituati a leggere tutti i giorni, sulla stampa, delle cose che un tempo
sarebbero state incredibili ed inaccettabili, che oggi si corre il rischio di sottovalutare
ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi e che ormai – bisogna dirlo – sa molto
di sovvertimento di tutti i valori fondamentali della convivenza civile e di tutte le
regole di un Paese democratico.
In pochi giorni, sta accadendo che il Presidente del Consiglio, citato a comparire per
deporre come testimone, con l’offerta di ben quattro giorni tra cui scegliere (giorno ed ora)
per presentarsi, fa sapere che non andrĂ e poi lascia tranquillamente trascorre il termine
senza ulteriori comunicazioni. A quale cittadino, questo potrebbe essere consentito? Ad
ognuno di noi non verrebbe neppure in mente di sottrarsi a quello che non è soltanto un
dovere civico, ma anche un obbligo giuridico. E ci presenteremmo, anche se questo ci
desse fastidio o rappresentasse una difficoltĂ materiale.
E a quale cittadino verrebbe offerta la scelta di dove, come e quando presentarsi? La
citazione di un teste, di solito, si risolve in un foglio con un invito a comparire, con
l’indicazione del giorno, dell’ora e dell’Autorità a cui presentarsi, a malapena con
l’indicazione specifica della vicenda cui la testimonianza dovrebbe riferirsi.
Siamo quindi di fronte ad una clamorosa rottura del principio di uguaglianza; non
per colpa dei Magistrati che, giustamente tengono conto anche del fatto di trovarsi di fronte
ad una persona che ha una carica importante ed è – dunque – assai impegnata; ma per
colpa di chi rifiuta sistematicamente di sottoporsi alla giustizia, quale che sia la veste che
deve assumere. Apparentemente, la posizione dell’imputato è più scomoda, proprio perché
c’è un’imputazione. Ma, a guardare bene, quella del teste può esserlo anche di più, perché
non può essere assistito da un difensore e non può astenersi dal rispondere alle domande.
Ma il “nostro” non fa differenze sostanziali. Va davanti alla giustizia (assai di rado) solo
quando lo ritiene lui; e soprattutto quando lo ritiene utile non per il processo e nemmeno
per difendersi, ma per altri fini, per attaccare i magistrati e usare la Giustizia come cassa di
risonanza per le sue “verità ”. Tutto questo è gravissimo perché è così che perfino quelle
garanzie che la legge appresta per chi è parlamentare o ha una carica pubblica, si
trasformano inesorabilmente in un privilegio. E, purtroppo, è un triste e negativo
insegnamento per tutti coloro che amano poco la giustizia e disprezzano le regole e quindi
sono indotti, con facilità , a seguire l’esempio che viene da così alto seggio.
Ma non basta, perché nello stesso giorno, il Presidente annuncia che andrà , invece, a
Milano, in un processo in cui è imputato, ma è ormai quasi certo della imminente
prescrizione. Come a ribadire visivamente che è lui che sceglie e decide se e quando
comportarsi come gli altri cittadini, nei confronti della giustizia.
E’ stato scritto proprio ieri, su un importante quotidiano, che del resto questa volontà di
autonoma scelta si è espressa già da molto tempo, sfociando anche in “utili”provvedimenti
legislativi o in interventi giudiziari, quando - di volta in volta – ha cercato di scegliersi “i
giudizi, le prove, i reati, i tempi, le impugnazioni, le immunità ”. E’ dunque un fenomeno a
vasto raggio, che finisce per investire i rapporti tra i poteri fondamentali dello Stato e i diritti
dei cittadini, oltreché il principio di uguaglianza.
Ma non basta ancora. Lo stesso personaggio dovrebbe essere, sempre nello stesso giorno,
all’ONU, dove si svolge una seduta di grande importanza, alla quale partecipano tutte le
maggiori cariche degli Stati, perché si discuterà nientemeno che dell’eventuale
riconoscimento della Palestina come Stato libero e indipendente, e – forse - anche della
possibile conclusione della vicenda libica e magari del futuro di quel Paese. Ma anche qui fa
la sua scelta e non ci va. L’Italia non sarà presente, a differenza di tanti altri, perché così ha
deciso il Presidente del Consiglio.
Ma non è tutto. Saltando di palo in frasca (si fa per dire), sentiamo riemergere, con
prepotenza, la parola “secessione”. La si è sentita dalla bocca di una parte del
popolo leghista accorso a Venezia, la si è colta anche nella bocca di Ministri del
nostro Paese, di una Repubblica che la Costituzione proclama (art. 5) “una e
indivisibile” salvo il necessario rispetto delle autonomie locali. Anche questa non
è libera manifestazione del pensiero, ma qualcosa di più e di peggio, soprattutto
quando viene da chi ha giurato fedeltĂ alla Costituzione ed alla Repubblica. Sono
parole, dirĂ qualcuno: ma le parole, talvolta, sono premonitrici di intenzioni, di volontĂ e di
iniziative. E tra queste non sembra esserci il rispetto dovuto alla Costituzione repubblicana,
che è la base della nostra convivenza.
Nello stesso tempo, si rovescia sui tavoli della giustizia (ed ora anche degli avvocati, quindi
– presumibilmente – anche della stampa) un mare di carte, provenienti da uffici giudiziari,
con intercettazioni che forniscono un spaccato del nostro Paese davvero inquietante, ma
non solo e non tanto per le porcherie che ne emergono o per il linguaggio che gli
intercettati utilizzano, ma soprattutto per quel sentore di corruzione e di malaffare che ne
emerge, magari realizzati con metodi “nuovi” (il corpo di una donna per ottenere un
appalto; oppure il denaro pagato per comprare il silenzio su vicende scottanti), ma non per
questo migliori di quelli “tradizionali”. Uno spaccato importante, ho detto, perché in un
Paese ridotto così c’è davvero da avere paura del peggio; quando viene meno l’etica,
quando il malaffare alligna in troppi ambienti, anche del mondo politico, quando le regole
vengono ignorate o disattese sistematicamente, quali prospettive si aprono per la
convivenza civile e per la stessa democrazia? A questo punto leggere sui giornali che,
mentre perdura il disastro dei rifiuti a Napoli, c’è qualcuno – tra quelli che potrebbero
esserne responsabili – che riceve un aumento di stipendio, fa davvero cadere le braccia.
E’ chiaro che così non è possibile che il nostro Paese possa andare avanti e tanto meno
riesca ad uscire dalla crisi. Anzi, si profila una crisi ancora piĂą pericolosa di quella
economica: la crisi morale e politica.
Di tutto questo dobbiamo essere consapevoli e soprattutto farne consapevoli i tanti cittadini
che ancora pensano che si tratti di cose irrilevanti, che non colgono la gravitĂ di certi fatti e
comportamenti, di certi che non riescono a distinguere tra ciò che è davvero “privato” e ciò
che è – invece – pubblico.
Nella gran parte delle vicende cui ho accennato, di privato c’è ben poco, perché è vero che
non ci interessano le questioni di letto, ma è altrettanto vero che ciò che emerge sono
perversioni, affari illeciti, corruzione, disprezzo per le regole, e così via. Tutte cose che
hanno a che fare con la nostra Costituzione, ma anche con la nostra convivenza civile, e,
infine, con la stessa dignitĂ del nostro Paese; per il futuro del quale occorrono cose che per
alcuni sembrano dimenticate, il buon governo, l’etica, la correttezza dell’amministrazione
della cosa pubblica, il perseguimento del bene comune. In questo contesto, assumono poi
un significato più drammatico e pericoloso i richiami alla “secessione”, non solo perché
anche questo contrasta con i princìpi di fondo del nostro sistema costituzionale, ma anche
perché, se c’è un momento in cui occorre l’unità di una Nazione, è proprio quello in cui il
Paese attraversa una grave crisi, economica, politica e morale: dalla quale bisogna uscire
necessariamente uniti, nel rispetto delle regole e della Costituzione. Altrimenti, l’esito potrĂ
essere solo quello di una sconfitta collettiva, che ci colpirĂ tutti, con la nostre famiglie e i
nostri giovani, senza certezze e senza speranze. E’ proprio quello che dobbiamo evitare, a
tutti i costi e col massimo impegno.
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Ultimo aggiornamento Martedì 20 Settembre 2011 12:56 |
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