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Lunedì 18 Gennaio 2010 14:25
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Le eredità "Vittoria Giunti"

Vivo per un pelo, con la faccia demolita, nella primavera del 1945 il partigiano siciliano Salvatore Di Benedetto torna al suo paese con il sogno della libertà in tasca e una giovane moglie sottobraccio. Si chiama Vittoria Giunti ed è fiorentina. Anche lei ha fatto la resistenza. Partigiana comunista. Un tipo sveglio, dinamico, sanguigno. n po' strana, dicono in paese: la moglie di Totò Di Benedetto non è come le altre, viene dal "continente", a Raffadali non ci sono femmine che parlano con questo accento, che ridono in quel modo e che portano camicie colorate. Tutti la guardano. All' inizio con la diffidenza che si riserva ai forestieri, poi con ammirazione. Abita nel palazzo più antico del paese, fa mille domande, soprattutto alle donne, vuole sapere questo e quello, vuole sapere come si usa da queste parti, ha fretta di imparare il dialetto, ripete le parole, sbaglia, le ripete di nuovo. Sa tante cose, ma preferisce ascoltare. Le piace discutere. È una che sa il fatto suo. Quando rientra da Palermo, dopo avere partorito, si affaccia al balcone e senza parlare solleva in braccio suo figlio per presentarlo ufficialmente a un plotone di comari che ciarlano di sotto. Ora che ha deciso di vivere in Sicilia, è una siciliana come le altre (anche se manterrà sempre una distanza critica dalla tipica e complessa mentalità di chi vive in fondo allo stivale). E per lei, in un' Isola libera dal fascismo ma non dalla miseria e dalla prepotenza, all' indomani della seconda guerra mondiale, ancora stanca ed eccitata dalle battaglie combattute, comincia un' altra vita, un' altra battaglia, un' altra resistenza. C' è da difendere i diritti dei lavoratori, abolire il feudo e occupare le terre. Gli uomini sudano sangue nei campi sotto il sole, le donne stanno dietro alle persiane socchiuse. Pochi sanno cosa sono i diritti. Nessuno conosce le leggi scritte. Per tutti valgono quelle non scritte. La partigiana Vittoria si dà da fare, organizza incontri e comizi, spiega e scrive. È una donna colta. E di partito. Qualche anno dopo, nel 1956, diventa sindaco di Santa Elisabetta, piccolo centro a pochi chilometri da Raffadali. È lei il primo sindaco donna della Sicilia. La sua storia viene raccontata da un libro autofinanziato "Le eredità di Vittoria Giunti" curato da Gaetano Alessi della Rivista Ad Est. Nata nel 1917 e scomparsa tre anni fa. Una famiglia borghese, la sua: professionisti, medici, professori. Figlia di un ingegnere, alto funzionario delle ferrovie, vive un' infanzia felice tra Firenze e le colline toscane: «Nella casa di campagna del nonno - racconterà lei stessa, pochi anni fa, a Gaetano Alessi - c' era una biblioteca e in questa biblioteca c' era una vetrina in cui era esposta una medaglia d' argento che il mio bisnonno aveva ottenuto come garibaldino. Risale molto indietro nel tempo, in un Ottocento risorgimentale, quell' ideale, quell' atmosfera di libertà che si respirava nella mia famiglia. Atmosfera ottocentesca risorgimentale e liberale nel senso più vero della parola. Una cultura rispettosa di tutte le opinioni, nel senso critico, non nel significato negativo che danno a questa parola, ma nel senso di giudizio e di rispetto delle altrui opinioni». L' anziana signora leggeva la sua storia e le sue scelte alla luce dell' educazione ricevuta da ragazza. «Un' educazione - raccontava - autenticamente antifascista, nel senso oggettivo del termine, nel senso di vissuta democrazia. Questa educazione è una delle radici della ragione della mia partecipazione alla vita civile. L' altra è Firenze. La Firenze in cui ogni mattina, quando andavo a scuola, incontravo Dante, Michelangelo, Giotto. Incontravo il segno del libero comune, delle lotte anche furiose per la conquista di una libertà civile che anticipava di tanti secoli le libertà che qui in Sicilia sono state conquistate così tardi, compreso la rottura dei vincoli del feudalesimo». Ma c' è ancora un' altra radice alla base del suo attivismo politico: «La sorte fortunata di incontrare poi, quando la mia famiglia si è trasferita da Firenzea Roma, delle persone che mi hanno orientato decisamente verso quelle posizioni politiche che ho seguito per tutta la vita». Studia al Liceo Tasso, respira l' aria dell' antifascismo con polmoni affamati, si perde in lunghe discussioni politiche, guarda con avidità attraverso «quegli spiragli di libertà che sempre si trovano anche nei regimi dittatoriali». «Eravamo spinti - continuava - da ragioni ed esigenze di carattere morale, culturale, perché era veramente indegno il modo in cui si soffocavano i diritti della democrazia. La demagogia sfacciata, gli strumenti più volgari per ottenere il consenso della gente, si opponevano decisamente al nostro modo di essere. E ancora l' assoluta impossibilità di approvvigionamento dei testi, degli strumenti del sapere, la censura, la proibizione non solo dei libri politici e di carattere economico, ma l' occultamento dei romanzi dell' intera letteratura americana ed europea, l' impossibilità di ascoltare la musica dei giovani di allora come il blues e il jazz». Donna d' acciaio, raffinata nei modi, laureata in Matematica e Fisica all' Università di Roma, allieva dell' Istituto di Alta Matematica, assistente all' Università di Firenze, subito pronta a sacrificare la carriera accademica per l' impegno civile. Durante la Costituente è componente di diverse commissioni nazionali, tra cui quella per il voto alle donne. Giovane staffetta partigiana, conosce Salvatore Di Benedetto, partigiano anche lui, più grande di sei anni, arrestato con Vittorini nel 1943, organizzatore della resistenza in Lombardia, poi parlamentare e dirigente comunista, sindaco per trent' anni della stessa Raffadali che alla fine passerà in mano ai fratelli Cuffaro. Collezionista di libri antichi e pieno di interessi culturali, Di Benedetto sarà il compagno di tutta la vita. A Tivoli, durante una delle azioni a sostegno dell' avanzata alleata, una bombaa mano gli ha devastato il volto e strappato un occhio. In ospedale, irriconoscibile, lo ha riconosciuto solo lei, Vittoria, e se n' è innamorata. Due anni dopo si trasferiscono in Sicilia. E lì rimangono, a combattere. Fino al 2006. Lui se ne va il primo maggio, lei il due giugno. I lavoratori e la Repubblica. Manco a farlo apposta.

SALVATORE FALZONE
Repubblica — 03 settembre 2009 pagina 10 sezione: PALERMO

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Pubblicato da Gaetano "Gato" Alessi a 1


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Altai,
Wu Ming,
Einaudi

Venezia, Anno Domini 1569. Un boato scuote la notte, il cielo è rosso e grava sulla laguna: è l'Arsenale che va a fuoco, si apre la caccia al colpevole. Un agente della Serenissima fugge verso oriente, smarrito, "l'anima rigirata come un paio di brache". Costantinopoli sarà l'approdo. Sulla vetta della potenza ottomana conoscerà Giuseppe Nasi, nemico e spauracchio d'Europa, potente giudeo che dal Bosforo lancia una sfida al mondo e a due millenni di oppressione. Intanto, ai confini dell'impero, un altro uomo si mette in viaggio, per l'ultimo appuntamento con la storia. Porta al collo una moneta, ricordo del Regno dei Folli. Echi di rivolte, intrighi, scontri di civiltà. Nuove macchine scatenano forze inattese, incalzano il tempo e lo fanno sbandare. Nicosia, Famagosta, Lepanto: uomini e navi corrono verso lo scontro finale. "Che segno è quando un arcobaleno appare, non c'è stata pioggia e l'aria è secca e tersa? È quando la terra sta per tremare, e il mondo intero vacilla". Quindici anni dopo, l'epilogo di Q. Wu Ming, il collettivo di scrittori che al suo esordio si firmò Luther Blissett, torna nel mondo del suo primo romanzo.


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Asce di guerra,
Wu Ming,
Tropea Editore (2000) Einaudi (2005)


Einaudi Stile libero, maggio 2005

"
Le storie sono asce di guerra da disseppellire".
L'epopea del romagnolo che finì in Indocina e dei comunisti dell’espatrio clandestino negli anni Cinquanta.
Vitaliano Ravagli, 1934. Renitente alla leva, nel 1956 prende un aereo misterioso e arriva in Laos. Tornato in Italia, spedito in compagnia di disciplina, dopo un anno e mezzo di leva torna in Indocina. Oggi ha due figli e vive a Imola.

C'erano anche italiani a combattere i guerriglieri Meo, nel fango e nell'orrore della giungla laotiana, pochi anni prima della "Guerra del Vietnam". 
Ritorna, con una nuova postfazione, l'oggetto narrativo corale, avventuroso e documentario in cui Wu Ming e Vitaliano Ravagli fanno rivivere, sulla base di dirette testimonianze – prima di tutte quella dello stesso Ravagli – una pagina sanguinosa di storia, cancellata dalla memoria pubblica.
Sotto la patina pacificata della storia ufficiale, ci sono storie che ancora fanno male. Come quella di Ravagli, il partigiano mancato che va a combattere in Laos a fianco dei guerriglieri comunisti, insieme a un piccolo ma consistente drappello di europei. Tutti combattenti "invisibili", guardati con sospetto da quelle "formiche rosse" che non capiscono le loro motivazioni. Di fronte, gli indigeni Meo, "bande di ragazzi, quasi bambini, feroci come belve". Molti muoiono, Vitaliano torna. Il suo disagio, la sua storia, aprono una crepa nel presente, si saldano ad altri disagi, altre storie, altre fratture della Storia.

Un intreccio dall'impatto emotivo forte, non sterilizzato dalla distanza storica.
La Repubblica

Volutamente duro, premeditatamente demistificatorio. Un'esigenza di memoria che vien fatta valere nella forma piú plausibile per gli "invisibili" di oggi.
Il Manifesto



Di una cruda bellezza ipertestuale... Romanzo esemplare e godibile. 
Diario della settimana

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Regina di Saba, Carlo Sgorlon
di Antonina Randazzo.

Riscoperte: in una bancarella, un libro finito di scrivere nel 1974, acquistato a 1 euro.

Un libro che va fatto decantare, perché sprigioni aromi e fragranze nascosti ma ben presenti nel corpo del testo. Impossibile commentarlo a caldo.
Colpisce innanzitutto la scrittura (una volta avremmo detto, forse, lo stile): quanto mai evocativa, ci rapisce ma alle volte ci spazientisce, abituati come siamo alla velocità della vita moderna e della lettura nel web. Ma, come recitava un vecchio slogan, se si ha la pazienza di procedere, è una lettura “contro il logorio della vita modernaâ€, una lezione piacevole e unica per chi ama la slow life ma non riesce a fare a meno di correre.
Colpisce poi la stratificazione dei contenuti, la molteplicità dei significati del significante, cui anche la scrittura, ma non solo questa, contribuisce. Per questo, dicevo, è meglio lasciare che questo libro decanti dentro di noi, gustandocene piacevolmente e lentamente il gusto, come un buon vino.
E' una (La) Storia d'Amore, ma non solo. E' una (La) Storia di Rapporti Familiari, ma non solo. E' la Storia di un Uomo che si rifugia in un mondo letterario e fantastico, per tenere distante da sé la realtà, dolorosa e prosaica, della vita e del mondo, ma non solo. E' Racconto Epico. E'... molto altro. E, tra tutti gli archetipi tratteggiati, spicca quello di Isabella, mitica e inafferrabile come la Regina di Saba, che rappresenta l'Amore in senso ampio (per la vita, per l'Altro inteso come tutti gli altri), la Donna, la vittoria della vita sulla morte (anche se, alla fine...), l'ottimismo che sconfigge ogni cosa avversa. Rappresenta anche l'unico contatto che il protagonista ha con la realtà, anche se, appunto, attraverso occhi che vedono e vivono la vita come connubio tra Arte, Mito e Magia, una realtà comunque interpretata a proprio modo. Silvano (anche il nome del protagonista è evocativo) infatti non vive veramente, se non in un ritiro forzato dalle cose del mondo, finché non incontra Isabella nuovamente. E, alla fine, anche quando l'amata sparirà di nuovo, avrà imparato, a modo suo, la lezione del Vivere e dell'Agire, fino a una scelta coraggiosa ed estrema quanto ineluttabile.
Dietro ogni vicenda, tratteggiato lievemente ma come presenza inesorabile e opprimente, lo scenario dell'Italia fascista, razzista, xenofoba, prepotente e violenta delle Camicie Nere e quello più ampio dell'Europa invasa e messa in pericolo dal Cane Rabbioso.
Non c'avete capito niente? Bene, anzi meglio: non vi resta che leggervelo.


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Il sangue dei vincitori. Saggio sui crimini fascisti e i processi  del dopoguerra (1945-46)

Autore   Storchi Massimo
Prezzo   € 16,00
Editore  Aliberti  (collana Storie e personaggi)


Rastrellamenti, deportazioni, fucilazioni. Torture. I venti mesi di sangue della Repubblica di Salò lasciarono una striscia di dolore e rancore che trovò come primo drammatico esito la giustizia sommaria dei giorni della Liberazione e poi i processi istruiti a carico dei maggiori criminali fascisti. Utilizzando per la prima volta gli atti della Corte di Assise Straordinaria di Reggio Emilia si ripercorrono i drammatici giorni della feroce repressione antipartigiana e il tentativo fallito di dare giustizia alle centinaia di vittime della repressione dei corpi armati di Salò, al servizio dell’occupante tedesco. Una ricerca che vuole essere un piccolo contributo per ricordare come la mancanza di una giustizia “vera†per i crimini fascisti abbia rappresentato un deficit etico e politico nella costruzione di una comune identità repubblicana, un’identità che non riesce tuttora a trovare, in un passato così difficile e tormentato, radici abbastanza forti per affrontare le nuove sfide della nostra contemporaneità.

Antonella Beccaria
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Cesare Bermani: FILOPANTI. ANARCHICO, FERROVIERE, COMUNISTA, PARTIGIANO


di Valerio Evangelisti

Cesare Bermani, Filopanti. Anarchico, ferroviere, comunista, partigiano, Odadrek, 2010, pp. 130, € 14,00.
Uno dei più importanti storici del nostro paese, Cesare Bermani, non ha mai ricevuto riconoscimenti accademici di rilievo (almeno credo), e forse è meglio così. Tra i fondatori dell’Istituto Ernesto De Martino, tra gli animatori di quella straordinaria fucina di talenti che fu la rivista Primo Maggio, a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, Bermani è stato il più illustre e coerente portavoce della “storia orale†(nata su suggestioni di Gianni Bosio, senza adeguarsi alla versione “istituzionale†della stessa disciplina), di cui ha anche descritto metodologia e presupposti scientifici (Introduzione alla storia orale, 2 voll., Odadrek, 1999-2001).
Grazie a Bermani, e quasi solo a lui, oggi conosciamo in dettaglio pagine oscure o trascurate della storia del movimento operaio italiano: dalla Volante Rossa (La volante rossa, Colibrì, 2009) alla “battaglia di Novara†del 1922 (La battaglia di Novara, Derive Approdi, 2010). Altrettante bibbie per ogni antifascista.
Questo Filopanti. Anarchico, ferroviere, comunista, partigiano, è tra i migliori risultati della ricerca di Bermani. La biografia di un personaggio caduto nell’oblio ci è restituita senza una riga di commento, bensì attraverso brani di intervista, documenti, frammenti di testimonianze – passati attraverso vagli ripetuti, fino a solidificare una verità quasi indiscutibile. L’esito è impressionante. Un’identità dimenticata risorge in ogni sua dimensione, da quella politica a quella umana, e diventa specchio di un’epoca in cui si riflettono tante esperienze similari. Senza che l’autore dell’assemblaggio intervenga a suggerircene il profilo.
Chi era “Oreste Filopanti†(vero nome Emilio Colombo)? Un ferroviere nato a Milano nel 1886, morto nel 1966. Uomo comune? No, per niente. Entrato nelle ferrovie diventa un agitatore dell’Unione Sindacale Italiana, di ispirazione anarcosindacalista. Per la sua attività, legata all’ala sinistra del sindacato (che ne ha anche una di destra, affascinata dal nazionalismo), subisce rappresaglie e continui trasferimenti. Tiene duro, riesce finché possibile a mantenere coesa la sua famiglia, e in qualche modo a nutrirla. Arriva il fascismo, e per lui è il licenziamento, il carcere (ha picchiato un crumiro), una serie di angherie. Impossibile ormai trovare un lavoro stabile: deve arrangiarsi come può, spostarsi qui e là.
Lo ritroviamo partigiano, partecipe di battaglie campali contro i nazifascisti. Ora è comunista: è transitato dall’anarchismo al PCI senza passare per i socialisti, che lo hanno sempre esasperato per la loro remissività di fondo, anche quando ammantata da retorica rivoluzionaria. Partecipa alla breve esperienza della Repubblica dell’Ossola, con funzioni di capo della polizia (in una compagine politica che vedeva i comunisti minoritari) e di addetto all’epurazione. Diverrà noto per abbaiare molto ma poi cedere facilmente alle suppliche.
Nel dopoguerra Filopanti svolge modeste attività di partito, si batte per i braccianti del novarese colpiti dalla repressione, si prodiga per chiunque gli chieda aiuto. Mantiene il suo caratteristico temperamento focoso e la bonarietà di fondo. Muore povero a Torino nel 1966.
Di Filopanti / Emilio Colombo oggi sapremmo poco o nulla, se Bermani non avesse registrato i ricordi della sua vita, per poi confrontarli con la restante documentazione accessibile. Cesare Bermani è l’alternativa – forse la sola efficace – al dilagare dei Pansa e degli altri revisionisti più o meno cialtroni. Cosa fu effettivamente il fascismo? Un blando regime paternalista, colpevole solo della guerra e delle leggi razziali, oppure uno spietato meccanismo teso a sradicare la malapianta degli umili in cerca di riscatto?
I tomi indigeribili di De Felice inducono alla prima conclusione. La storia elementare di un ferroviere coraggioso sposta l’ago della bilancia verso la seconda. Con un accento straordinario di verità, anche perché affidato senza filtri – a parte quello ovvio della scelta dei valori di fondo – alle parole di chi visse l’esperienza sulla propria pelle.
Una bibbia per antifascisti, ripeto. E nessuno provi a dirmi che “fascismo†e “antifascismo†sono termini superati. La vita del ferroviere Filopanti dimostra dove stia il discrimine.

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Cento colpi e le sbucciature
un libro di Fulvia Alidori
Florence art edizioni

"Cento colpi e le sbucciature" è la storia del "rosso" e del "voga", del "lisca", del "bomba", del "secco", di "renatino" e di tanti altri ragazzi che, nel crescere, vivono la Firenze degli anni Trenta, in pieno fascismo, e poi la Resistenza. Quest'ultima coincide con il divenire adulti: essere partigiani è per loro occasione di conoscenza e di incontro con persone appartenenti a classi sociali diverse, significa confrontarsi con idee anche lontane, ma capaci di trovare un linguaggio comune.



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Autore:  Biagi Enzo 
Editore:  Rizzoli 
Genere:  storia d'europa
Argomento:  resistenza italiana
Collana:  Saggi italiani
Prezzo: 18,50

Il giovane Enzo era fresco di matrimonio quando si rifugiò sulle montagne per aderire alla Resistenza nelle brigate di Giustizia e Libertà. Giudicato troppo gracile per combattere, il suo comandante pensò che il partigiano Biagi avrebbe servito meglio la lotta antifascista facendo il suo mestiere: così gli venne affidata la stesura del giornale "Patrioti", del quale era in pratica l'unico redattore. Del giornale uscirono tre numeri, fino a quando i nazisti non individuarono la tipografia e la distrussero. Appena tre numeri, eppure Biagi considererà sempre quell'anno di clandestinità, quei "quattordici mesi" da partigiano, come il momento più importante della sua vita, alla base della sua etica, nel lavoro come nella vita. Progetto sempre cullato e mai ultimato, "I quattordici mesi" è un libro che ripercorre l'intera opera di Biagi, raccogliendone memorie e brani d'epoca oggi introvabili. Un testo che ci riporta indietro nel tempo per raccontarci la storia di un giornalista clandestino che si rifugiò sulle montagne. Lo stesso giornalista che, un anno dopo quel fatidico viaggio in bicicletta, annuncerà alla radio della quinta armata la liberazione di Bologna.



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Il romanzo dei Mille 

Autore Claudio Fracassi

Mursia, 416 pagine

prezzo 19 €

 

Il libro ripercorre, con un avvincente stile da romanzo, le scene e i retroscena quotidiani dell’impresa di Giuseppe Garibaldi e dei suoi uomini: una narrazione di tutte le battaglie, dei rapporti dei Mille con la popolazione siciliana e con i “picciottiâ€, sullo sfondo del crollo del potere borbonico in Sicilia.
L’autore, che nel 2009 aveva raccontato l’attentato anarchico del 1967 a Roma nel suo “La ribelle e il Papa re†(edito anch’esso da Mursia), ora si sofferma su un altro importantissimo capitolo del Risorgimento italiano, con un racconto che esce dai vincoli del revisionismo storico o dai resoconti delle cronache ufficiali.
I Mille, in realtà 1.089, erano un gruppo abbastanza eterogeneo per provenienza, ceto sociale e per motivazioni personali: comprendevano molti siciliani, ma anche tantissimi giovani lombardi, toscani e veneti, partiti “per liberare il Sudâ€: tra i tanti, c’erano “il patriota sfuggito alle galere, il siciliano in cerca della patria, il poeta in cerca d’un romanzo, l’innamorato in cerca dell’oblìo, il miserabile in cerca d’un pane, l’infelice in cerca della morteâ€. Per le cancellerie europee si trattava di “una banda di filibustieriâ€, per Cavour la loro era una “folle†impresa: in effetti, dopo il loro sbarco a Marsala senza divise, con fucili vecchi e quasi inutilizzabili, e con pochi soldi, la loro vittoria sull’esercito borbonico del Regno delle Due Sicilie sembrava davvero impossibile.
Il volume parte dallo scambio di messaggi cifrati alla vigilia della partenza da Quarto e prosegue con il finto sequestro delle navi, la traversata in mare, la fredda accoglienza iniziale e il crescente entusiasmo dei siciliani, la fame negli accampamenti, la paura e le lotte corpo a corpo, le barricate a Palermo; il tutto sullo sfondo del crollo del regime, degli intrighi della diplomazia e della partecipazione interessata dell’opinione pubblica europea: un valido strumento per ripercorrere l’affascinante impresa cha ha reso l’Italia unita.

 

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editore: In dialogo

Un volume dedicato alla Resistenza delle donne fra il 1943 e il 1945. Gli interventi a carattere storico di Giorgio Vecchio e Elisabetta Salvini, insieme alle numerose testimonianze raccolte, consentono di colmare un vuoto nella dettagliata ricostruzione di un fenomeno complesso e unico nella storia del nostro Paese. Dopo decenni nei quali si è identificata la Resistenza con la figura eroica del partigiano con il fazzoletto rosso al collo e il fucile in mano, oggi emerge la consapevolezza di una molteplicità di altre importanti figure, tra cui quelle di molte donne, di ogni classe sociale, e di tanti cittadini comuni, di preti, suore e frati.


                                          

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Renzo Biondo - Il verde, il rosso, il bianco, 
Padova, C.L.E.U.P, 2002. 

Sono rare le pubblicazioni nelle quali ci si sofferma sulla vita quotidiana dei partigiani: problemi logistici, psicologici, rapporti fra le formazioni, questioni politiche, giudizi sui comandanti. L'originalità di questo libro - dedicato alla V brigata Osoppo e alla collaborazione tra azionisti, comunisti e cattolici nella brigata mista "Ippolito Nievo" - sta appunto nel racconto di vicende di cui poco si è letto: come nasce la formazione, come si sviluppa passando dalla banda iniziale a distaccamento e poi a brigata per arrivare alla costituzione di un vero e proprio esercito "paramilitare". Un lavoro meritorio volto a far rivivere la memoria di una pagina gloriosa di Storia Patria. 
(dalla prefazione di Aldo Aniasi)


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Il primo giorno d'inverno. Cervarolo, 20 marzo 1944. Una strage nazifascista dimenticata.

Autori: Storchi Massimo, Rovali Italo  


Editore: Aliberti (collana Strorie e personaggi)


Nel marzo 1944 fu condotta dalle truppe tedesche una serie di operazioni sull'Appennino reggiano-modenese, con l'appoggio di reparti della Gnr fascista nell'intento di distruggere le nascenti formazioni partigiane. Il 18 marzo l'obiettivo fu il crinale modenese del Dragone-Secchia. Le vittime furono centotrentuno. Sul versante reggiano l'azione, condotta da altre unità della medesima divisione, prese avvio il 20 marzo. Civago e Cervarolo furono investiti da una preordinata manovra di rastrellamento. A Cervarolo vennero fucilate ventiquattro persone: uomini innocenti tra i diciassette e gli ottantaquattro anni, tra cui un povero paralitico e l'anziano parroco. Dopo aver depredato il paese, i tedeschi fecero allontanare le donne e mitragliarono gli uomini, quindi incendiarono le abitazioni. Solo tre persone scamparono alla morte. Per oltre sessantacinque anni non è stato possibile determinare le responsabilità individuali del massacro. Solo dopo il 1994, con l'apertura a Roma dell'Armadio della vergogna, dove erano stati occultati negli anni Sessanta i fascicoli relativi all'inchiesta compiuta nell'immediato dopoguerra, il percorso della giustizia è stato riavviato. Le indagini condotte dalla Procura militare di La Spezia hanno portato a un processo che ha preso avvio nel novembre 2009 presso il Tribunale militare di Verona.

Cervarolo. La storia e la memoria
La strage del 20 marzo 1944 insieme a quella della Bettola del 24 giugno rappresentano i due episodi più drammatici in provincia di Reggio Emilia di quella che fu la guerra “auch gegen Frauen und Kindern (anche contro donne e bambini)† condotta dalle truppe tedesche e fasciste nei venti mesi di occupazione del paese. Due stragi, diverse per dinamiche, autori, tipologia delle vittime e costruzione della memoria , che hanno però lasciato un segno forte nell’identità collettiva.
Ma se la strage di Bettola non poteva far riferimento ad una comunità univocamente individuata (le vittime erano ospiti occasionali della locanda sulla SS63), Cervarolo, invece, è riuscito ad assumere e rielaborare il proprio tragico vissuto non solo con la ricostruzione fisica del paese nel dopoguerra ma anche con la conservazione di una memoria collettiva e di rapporti intracomunitari forti, suggellati ogni anno dall’incontro conviviale che si tiene proprio nello stesso luogo dell’eccidio, quasi a “riconsacrare†quel luogo di morte e riconsegnarlo alla sua funzione storica di luogo di lavoro, d’incontro e di festa, tragicamente infranta in quel lunedì di marzo.
Una memoria forte e una salda consapevolezza, sorretta nei decenni anche dalle amministrazioni pubbliche e dalle associazioni partigiane, ma che non aveva mai potuto trovare il riscontro della giustizia a sanzionare le responsabilità di quel crimine. Prima la concessione dell’amnistia verso i fascisti repubblicani aveva cancellato, già nel 1946, le colpe di quanti, seppur con compiti di supporto e spionaggio, avevano contribuito alla tragedia, poi la scelta, compiuta nel 1960 di relegare in un armadio presso la Procura militare di Roma i 695 fascicoli relativi alle 2273 stragi compiute in Italia da tedeschi e fascisti  ha impedito fino al maggio 1994, quando i fascicoli furono ritrovati ed inviati alle Procure Militari competenti per territorio, di garantire a quella stessa comunità di Cervarolo, fra le tante altre, un percorso di giustizia e di affermazione di una verità giudiziaria .
L’impegno, la capacità e la caparbietà (si consenta il termine) degli inquirenti in questi anni hanno portato all’avvio di questo percorso di giustizia e verità.

Sulla strage, in questi 65 anni, sono stati editi tre testi  ma solo con gli studi di Carlo Gentile  e il saggio di Giovanni Fantozzi  del 2006 è stato possibile inquadrare in maniera compiuta e precisa, ricorrendo finalmente ad inequivoche fonti documentarie tedesche, gli avvenimenti del 20 marzo a Cervarolo nell’ambito delle azioni di strage e rappresaglia condotte dall’esercito tedesco sul nostro Appennino nella primavera del 1944.
Diversamente da quanto verificato dalla storiografia sull’argomento in relazione ad altre stragi compiute da truppe tedesche e fasciste nel 1944, non è si è consolidata, nel caso di Cervarolo, una memoria “divisaâ€, cioè, una memoria sostanzialmente antipartigiana che identifica nelle azioni armate delle bande partigiane operanti nella zona la causa scatenante della distruzione portata dalle truppe tedesche con il sostegno logistico e operativo dei reparti repubblicani. Al contrario proprio la riapertura delle indagini e l’avvio del processo hanno confermato la partecipazione compatta dei congiunti e discendenti delle vittime alla richiesta di una punizione dei responsabili, i militari tedeschi della Divisione Hermann Göring.

Solo negli ultimi anni, nel clima di un generalizzato e sconclusionato “processo alla Resistenza† anche la strage di Cervarolo è stata utilizzata strumentalmente in chiave antipartigiana, suggerendo pretestuosamente un legame causa-effetto tra gli avvenimenti seguenti allo scontro di Cerrè Sologno (fucilazione di alcuni prigionieri a Monte Orsaro) e l’azione di rappresaglia del 20 marzo. Un legame che non è possibile rintracciare non solo in nessun documento ufficiale tedesco sull’accaduto, dove l’obiettivo Cervarolo viene identificato in quanto luogo di appoggio e residenza di “ribelli†e l’azione viene decisa nonostante la consapevolezza dell’avvenuto spostamento delle bande partigiane dalla zona (e non viene quasi fatta menzione dell’uccisione di propri militari), ma neppure nella stessa lettera del vescovo Brettoni inviata, quasi un mese dopo, a Papa Pio XII, informandolo dell’accaduto:

Ho chiesto al capo della Provincia e al Comandante della Milizia quale reato sia stato riconosciuto o attribuito al parroco don Pigozzi per scusare un trattamento così inumano, con anche il ludibrio della denudazione. Nulla sono riuscito a conoscere di concreto se non che, essendo Cervarolo tenuto come molto favorevole ai partigiani, i tedeschi hanno compiuto contro di esso una spedizione di rappresaglia, non solo per punire il passato ma per incutere terrore per l’avvenire. Ma il parroco si era tenuto sempre alieno, assolutamente, da qualsiasi favoreggiamento ai partigiani, dai quali, anzi, temeva qualche rappresaglia. La morte del buon parroco don Pigozzi ha destato in tutta la Diocesi, specie nel clero, molto rimpianto .

La lettura dell’accaduto è tutto in quella rappresaglia compiuta “non solo per punire il passato ma per incutere terrore per l’avvenire.â€
E’ la stessa vicenda della borgata prima e dopo l’8 settembre a decretarne la condanna alla distruzione. In quel lunedì viene in qualche modo a soluzione il contrasto di lungo periodo fra il villaggio sovversivo di Cervarolo, fatto di operai, contadini migranti e antifascisti e i limitrofi centri fascisti, il capoluogo Villaminozzo ma, soprattutto, Gazzano. Cervarolo viene colpita con una strage insieme punitiva e preventiva, preparata con una sorveglianza attenta prima e poi non solo con l’azione di due spie locali  che informeranno e guideranno i militari, ma anche con l’invio di spie giunte dall’esterno nelle settimane precedenti .
Da questi elementi matura la tragedia di Cervarolo che si compie in una fase in cui si fronteggiavano, sulle opposte sponde, le diverse debolezze delle parti in campo. Da un lato una resistenza ancora embrionale, che chiude la sua prima fase dopo il vittorioso scontro di Cerrè Sologno con il ferimento dei suoi comandanti e con lo sbandamento della banda reggiano-modenese che aveva condotto le azioni delle prime settimane di lotta. Dall’altro la tragica alleanza fra un rinato fascismo, già macchiatosi delle stragi dei Cervi e di don Pasquino Borghi, ma incapace a svolgere i compiti di controllo del territorio (e costretto per questo, nei confronti dell’alleato, a ingigantire, scientemente, il pericolo effettivo dei “ribelliâ€) e la presenza tedesca ancora vincolata alla prima fase di repressione delle bande, quella che poteva immaginare una loro completa distruzione attraverso attacchi mirati di altissimo impatto svolti da truppe specializzate (come era la Divisione Hermann Göring) nelle politiche di massacro di civili.

fonte:  www.fortezzabastiani.myblog.it


Ultimo aggiornamento Lunedì 30 Agosto 2010 14:09