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Martedì 21 Luglio 2009 13:31
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Interventi di Mario Bonifacio:


Via Rasella e la liberazione
La scuola fascista
Gli scioperi del 43 - 44
Prima della Costituzione
Dopo il 18 Aprile: la persecuzione dei partigiani
Vite e Volti della Venezia di ieri
Totalitarismi , Lager, Gulag

 





DUE O TRE COSE SUL FASCISMO, VIA RASELLA E LA LIBERAZIONE
 
   Alcune puntualizzazioni sui tre articoli apparsi sul “Gazzettino†tra luglio e agosto nei quali l’opinionista Massimo Fini tocca la storia della Resistenza.
1)  Adesione in massa al fascismo -   Il consenso reale non è misurabile quando i dissenzienti devono tacere.  Era vasto tra i  giovani, fascistizzati fin dalla scuola elementare, largo nel ceto medio, ben scarso nel mondo contadino (allora la metà della popolazione) e tra gli operai.
2)  Adunate oceaniche  - Erano programmate e capillarmente organizzate dai “Gruppi rionali fascisti†fin dal 1935 coinvolgendo fiduciari di fabbrica, capi fabbricato, fiduciari del  â€œDopolavoro†e così via : c’era spontaneità ma anche pressione.  E’ ingiusto affermare che gli italiani erano tutti  fascisti e poi tutti antifascisti.  Non è vera neanche la seconda parte dell’asserzione:  quel 5% che era stato a favore di Salò lo ritroviamo nel dopoguerra a votare MSI.
3)  â€œAbbandonare i tedeschi l’8 settembre fu atto profondamente sleale e vile†-   L’Italia era allo stremo, non aveva pià risorse per continuare la guerra, l’armistizio non era una opzione ma una assoluta necessità.  Questo era ben evidente ai tedeschi che si attendevano questa uscita dal conflitto e fin da prima della caduta di Mussolioni avevano preparato  i piani per l’occupazione del paese (avevano approntato anche i lager per i nostri soldati).  Nel 1944 uguale inversione delle alleanze, nell’interesse nazionale operarono romeni e finlandesi. Questi liberarono dai tedeschi anche il nord della Norvegia.  In Finlandia  nessuno considera quella storia “sleale e vileâ€-
4)  Fini scrive che “l’intero popolo italiano dopo il 1943  si mise alla finestra in attesa di salire sul carro del vincitoreâ€.  Chi ricorda quei tragici anni sa come la stragrande maggioranza della nostra gente avesse viva coscienza che la pace si poteva ottenere solo con la caduta  di Hitler e Mussolini, nella convinzione che vincere la guerra da servi dei tedeschi, che tali eravamo,  non certo alleati, sarebbe stata la peggiore delle tragedie.
5)  Per affermare che la Resistenza ebbe un ruolo marginale Fini la mette a confronto con l’intera seconda guerra mondiale.  La liberazione dell’Italia, come del rewsto d’Europa, derivò dalla distruzione  della macchina bellica nazista, non in piccola parte per merito  dell’Armata Rossa (Stalingrado, battaglia decisiva della guerra avenne un anno e mezzo prima dello sbarco in Normandia e prima che significativi aiuti americani arrivassero in URSS).
  Certo che a confronto con i 20 milion i di morti sovietici sono poca cosa i 20.000 soldati nostri caduti per mano dei tedeschi subito dopo l’8 settembre 1943, i 50.000 morti partigiani,  i 12.000 caduti del Corpo di Liberazione del sud operante a fianco degli alleati, i 20.000 soldati caduti da partigiani all’estero, i 30.000 deportati politici e razziali rimasti nei lager, i 10.000 civili massacrati nelle stragi nazifasciste e i 40.000 soldati prigionieri in Germania che non tornarono a casa.  
Ma questi 180.000 caduti italiani,prezzo della Resistenza, sono tanti rispetto ai 40.000 soldati alleati (americani, inglesi, neozelandesi, polacchi, canadesi, indiani, ecc.) morti sul fronte italiano, e tanti anche rispetto, ad esempio, ai 290.000 americani caduti in quella guerra, in maggioranza sul fronte del Pacifico.
6)  Su viua Rasella e Fosse Ardeatine Fini veicola menzogne storiche smentite da centinaia di saggi e decine di processi.  Scrive che “vigeva la Convenzione di Ginevra che ammetteva il dirittom di rappresagliaâ€.  A prescindere dal fatto che Ginevra 1929 riguardava soltanto i prigionieri di guerra, il voler far credere che i nazisti osservavano le leggi internazionali di guerra è una vera mistficazione.  In Italia, come su tutti gli altri fronti e paesi occupati, essi fecero strame  di ogni legge , convenzione, trattato o accordo.
   Secondo il diritto allora prevalente (Aia 1907) le rappresaglie dovevano seguire ben precise modalità:  essere precedute dalla ricerca dei colpevoli e doveva essere intimato a questi di presentarsi, doveva esserne dato avviso alla popolazione, dovevano essere eseguite su persone presumibilmente vicine agli attentatori (i 57 ebrei delle Ardeatine certamente non lo erano), non dovevano essere eccessive, dovevano essere eseguite in pubblico e co l’assistenza  religiosa. Niente di questo fu attuato alle Ardeatine.
   Durante il processo contro i gen. Maelzer e Makensen (comandante piazza di Roma e rispettivamente 14 ° armata) tenuto a Roma avanti alla corte militare inglese il “prosecutor†col. Halse rivolto agli imputati che avevano parlato di rappresaglia  rispose: “Voi come soldati, io come uomo di legge, sappiamo bene che queste uccisioni con colpo alla nuca e mani legate dietro la schiena non sonpo rappresaglia ma brutale massacro†(28.11.1946).
   In questo processo, come nel successivo tenuto nel 1947 a Venezia contron il maresciallo Kesselring, processi condotti con estremo scrupolo, approfondimento e serietà, i tribunali inglesi rigettarono totalmente la tesi della rappresaglia condannando a morte gli imputati (sentenze successivamente commutate nell’ergastolo, poi in detenzione. Solo Maelzer morì ion carcere).
   A Roma gli imputati negarono aver fatto un invito ai responsabili di via Rasella a presentarsi e questo  risulta dagli atti.  Come risulta che militari tedeschi che si rifiutarono di obbedire alla rappresaglia non ebbero conseguenze.
   Infine, sul valore e sul senso della nostra Resistenza  ha detto il presidente Ciampi (2004): “La Resistenza è stato il modo in cui un popolo ha conservato l’onore ed il rispetto di se stesso.  E’ stato esperienza di impegno e di sacrificio per la Patria.  Senza la Resistenza questo paese sarebbe peggioreâ€. 
 
Mario Bonifacio     ANPI  Mestre

Intervento pubblicato su il Gazzettino il 20 sett. 2007.
 
 

La scuola fascista


Intervento a Radio Cooperativa – Trasmissione dell'ANPI   del  14.11.08


La dottrina fascista ci veniva insegnata fin dalla prima elementare. Come  si può notare, dalle copie delle mie pagelle , nel primo ciclo delle elementari (1° , 2° , 3°) avevamo una materia che si chiamava “nozioni varie e cultura fascistaâ€, nel secondo ciclo (4° e 5°) avevamo “Storia e cultura fascistaâ€. (Ma anche l’alfabeto si imparava con immagini fasciste: lettera D = Duce, F= fascio, B = balilla, ecc., )  
Come risulta dalla pagella della 3° “Avviamento professionaleâ€, alle  media avevamo una materia denominata “Cultura militare†mentre la cultura fascista era conglobata con storia e geografia (la lingua straniera era il tedesco).Fin dalla prima elementare avevamo la nostra divisa: “Figli della lupa†in 1° e 2° elementare. “Ballila†3° e 4°,  “Balilla moschettieri† 5° elem. , 1° e 2° media, “Avanguardista†3° media e fino ai 18 anni. Poi si passava “Giovani fascisti†e “Premilitariâ€.  I “moschettieri†facevano le esercitazioni con fuciletti che erano copia, in scala minore, di quelli veri, mentre gli “ avanguardisti†le facevano con fucili o moschetti veri e funzionanti .  
  Le ragazze avevano anche loro la divisa, erano “Piccole italiane†fino ai 14 anni e “Giovani italiane†fino ai 18 anni . Partecipavano alle sfilate durante le festività nazionali e fasciste ed ai saggi ginnici in pubblico, ma per loro vigeva la totale sottovalutazione riservata dal fascismo a tutto il genere femminile.  Il fascismo parlava della “maschia  gioventù†, le ragazze non venivano mai nominate.
   All’atto della iscrizione alla scuola si pagava obbligatoriamente anche la tessera dell’organizzazione giovanile fascista ,  Opera Nazionale Balilla fino al 1936   poi Gioventù italiana del littorio. le pagelle scolastiche recavano il relativo n° di iscrizione.
  Che cosa ci  insegnavano. L’esaltazione della guerra,. delle armi. degli eserciti, del valore militare, dell’obbedienza e sottomissione alla gerarchia. Il motto per la scuola era “Libro e moschettoâ€, mentre per la società in genere era , scritto dappertutto, “Credere, obbedire, combattereâ€. Ci educavano alla necessità di un nazionalismo sopraffattore degli altri popoli, ci insegnavano la intolleranza e la violenza verso chi la pensava diversamente. (Qualche anno  fa mi è  capitato di vedere un libro per ragazzi di allora  “ Carlino balilla meneghino†: esaltava un ragazzo che aveva preso a pugni il suo professore perchè aveva espresso idee antifasciste.)
   C’era l’esaltazione della forza fisica e la violenza considerata come un valore.
   All’opposto ci insegnavano a disprezzare i deboli, i vinti, gli umili, gli svantaggiati, gli ultimi, quelli che cercavano la pace, ll pacifismo era considerato quasi un reato,  qualcosa di inconcepibile nell’ “Italia del littorioâ€. A ben vedere tutto questo indottrinamento era l’esatto opposto dell’insegnamento di Cristo, per cui essere antifascisti è per un credente anche un dovere religioso oltre che un dovere civile.     Era un messaggio educativo ben diverso da quello contenuto nel libro “Cuore†        Educati fin da bambini alle armi, alle divise , irreggimentati , abituati,  e obbligati, a partecipare alle esercitazioni tutti i sabati e durante le varie festività, convinti di essere soldati e resi ansiosi di combattere per la Patria. 
   La fanciullezza, sinonimo di innocenza, di pace, di serenità, di amicizia , trasformata in embrione in premessa di guerra. La guerra era al centro della dottrina fascista.
   Considero invece  positivamente l’importanza allora data all’educazione fisica , anche se intesa dal fascismo come base per l’addestramento guerresco era comunque sempre valida per la formazione del corpo e del carattere.
   Questo dovevano insegnarci i nostri maestri, che volenti o no, convinti o meno, erano gli istruttori dell’ organizzazione giovanile fascista  quelli che curavano e organizzavano le adunate . le sfilate, le esercitazioni, ecc.  Anche se qualcuno in cuor suo non era fascista doveva chinare la testa e adeguarsi per non perdere il posto, per assicurare il pane alla famiglia.  Gli avanguardisti invece avevano istruttori che provenivano dalle accademie del partito, ad esempio quelle di ginnastica, dalla milizia od ex ufficiali dell’esercito..
   La Patria e lo stato posti al di sopra di ogni principio di umanità. di etica , di civiltà. 
   L’insegnamento della scuola era in sintonia con tutti gli impulsi che ricevevamo dalla società, stampa, radio (allora cominciava ad essere diffusa), libri, cinegiornali, ecc.. Non erano ammesse voci di dubbio e tanto meno di dissenso. Per chi tentava di diffondere idee diverse la commissione provinciale per il confino , senza processo, in via amministrativa, e perciò senza possibilità di avere un difensore, comminava fino a cinque anni di confino (Ventotene, Tremiti. ecc. , campi di concentramento senza sbarre, poiché isolette circondate dal mare), Una sciagura, la rovina di una famiglia.
   E le famiglie dovevano stare attente a parlare di politica, per paura che noi ragazzi innocentemente raccontassimo a scuola o in pubblico quanto sentito a casa. Furono parecchi padri che ebbero grane serie per questo motivo..
   Esisteva la Chiesa e la sua “Azione cattolicaâ€.  Ma da quel versante non venivano messaggi in contrasto col fascismo. La chiesa di allora era ancora ferma al “Sillabo†di Pio IX, alla condanna del liberalismo e della democrazia, dai pulpiti spesso si predicava contro l’illuminismo, Voltaire era dipinto come incarnazione di Satana.. La chiesa di allora non aveva alzato una parola contro la soppressione delle libertà costituzionali. Contro il delitto Matteotti. Contro le persecuzioni e condanne degli antifascisti. Silenzio assoluto.                                                                    
   E proprio sulla educazione dei giovani che si ebbero gli unici contrasti tra  Chiesa e partito fascista poco dopo il Concordato nel 1931. La chiesa si ritirò in buon ordine ,venne sciolto il corpo degli Scouts cattolici e all’ â€azione cattolica†venne vietata una organizzazione nazionale ma  permessa solo a livello diocesano.
   E’ da ricordare che per la chiesa di allora il “peccato†era quasi soltanto quello della carne. La chiesa non protestò contro la militarizzazione dei bambini,  Protestò invece perchè le ragazze nei “Saggi ginnici “ che si tenevano nelle piazze  si esibivano in pantaloncini corti. 
  Prima di continuare il discorso su questa “educazione†meritano un commento le pagelle .
   Ad esempio quella del 1937-38 La pagella porta l’intestazione  GIL  - Gioventù italiana del littorio , PNF – Partito nazionale fascista e Ministero educazione nazionale (Non Istruzione , poiché il fascismo voleva “educareâ€,  per formare “ l’uomo nuovoâ€, “la nuova stirpe guerrieraâ€). Oggi è inimmaginabile una pagella statale che porti l’intestazione di un partito.  Questo da chiara idea di quella che era allora la commistione, la confusione, l’identificazione tra stato e partito. La M che sta al centro del riquadro stava ovviamente per Mussolini ed il libro e moschetto rappresentavano il programma ed i fini dell’insegnamento: istruzione e preparazione militare. Sul retro anno XVI dell’era fascista, indicazione che si doveva sempre mettere accanto alla usuale data, anche nella corrispondenza privata..
   La pagella delle medie è invece abbastanza simile alle pagelle del dopoguerra, non è un elemento di propaganda.   La riga in bianco alla fine dell’elenco delle materie era utilizzata per la materia che le ragazze (eravamo classe mista, mentre alle elementari sempre divisi maschi e femmine,) svolgevano quando noi maschi facevamo  “Cultura militareâ€. Talvolta la materia era chiamata “Lavori donneschi†altre volte “Economia domesticaâ€.
  Cosa ci insegnavano per cultura militare. Conoscere a memoria la denominazione delle varie parti di un fucile e come smontarle e rimontarle; quando una bocca da fuoco si definisce mortaio, obice o cannone; i gradi militari, la composizione delle diverse unità o formazioni (squadra, plotone, compagnia, battaglione . reggimento, brigata ,ecc.).. Le armi e le specialità della fanteria; meno invece i professori erano in grado di dirci sull’aviazione e sulla marina, che avrebbero richiesto cognizioni più specialistiche.
   Alle medie il testo di cultura fascista  si intitolava “Il primo libro del fascista†ed era articolato in domande e risposte esattamente come il catechismo: le risposte bisognava conoscerle a memoria.
   I testi scolastici erano unici per tutta la nazione 
   Nell’insegnamento della storia aveva largo spazio quella della Grande Guerra e della “Rivoluzione fascista†come anche episodi minori della storia (ad esempio Ettore Fieramosca e la “Disfida di Barlettaâ€)  purchè esaltassero “il valore della stirpeâ€.  Storia della grande guerra degli italiani falsata travisata, nascondendo  esiti , personaggi, passaggi negativi esaltando il mito della “vittoria di Vittorio Veneto† trasformando l’inutile  strage dei nostri 650.000 morti in “caduti per la Patria†per qualcosa di positivo  per dare un senso alla loro perdita. Cancellare l’orrore della morte sul campo ed esaltare invece il valore del combattere, del “sacrificarsiâ€.         Accanto all’esaltazione della grande guerra  il costante richiamo alla romanità  che fino dalla terminologia pervadeva tutto il fascismo (fascio, duce, littorio, milizia, manipoli, coorte legioni e legionari. ecc.) per arrivare al fine che era quello di portare l’Italia  ai fasti imperiali dell’antica Roma. , Una romanità  riduttivamente considerata  , cioè principalmente come dominazione degli altri popoli, mentre essa fu invece essenzialmente fenomeno di universalità, di espansione di civiltà e di diritto, di elevazione degli altri popoli (come provano i numerosi imperatori non romani o italici di nascita).
   Come noi ragazzi vivevamo la scuola fascista?  Da sempre ai ragazzi piaceva giocare alla guerra , piacevano le armi, anche se giocattolo. Tanto più divertente era  farlo intruppati dalla scuola con divise, giberne, fucili che erano copia esatta di quelli veri, ecc..
  La propaganda fascista aveva più presa sui ragazzi più studiosi che non su quelli che seguivano poco le lezioni , ovviamente più refrattari. Il famoso consenso al fascismo era però abbastanza generalizzato in chi aveva frequentato la scuola di quegli anni . Anche nel ceto contadino (allora la metà del paese) e tra gli operai. , presso i quali il fascismo aveva avuto ben scarsa penetrazione, i giovani erano abbastanza convinti dal regime.                                                                                  
   I ragazzi provenienti da questi ceti popolari ,le cui famiglie erano nella maggioranza afasciste e spesso anche ostili al fascismo ( anche se non in maniera militante) si trovavano ad avere una educazione  dissociata  :  quella della famiglia contrastava con quella della scuola.  Solitamente prevaleva quella della scuola: la generazione dei padri aveva fatto al massimo la terza elementare per cui si tendeva a dare credito ai docenti, alla cultura, alle “persone studiateâ€. 
  Recentemente un giovane mi ha chiesto  come avessimo vissuto da ragazzi la mancanza di libertà. Io penso che difficilmente si possa avvertire questa mancanza prima dei 15 -16 anni quando cominciano ad affermarsi opinioni autonome, convincimenti propri, una personale visione del mondo, una capacità di valutare criticamente quanto ci circonda. Su molti a quella età cominciavano anche a pesare le imposizioni di adunate, di sfilate, e carnevalate del genere. 
   Comunque era difficile a quella età formarsi opinioni politiche difformi da quelle ammesse. Mancavano del tutto gli strumenti di conoscenza, non sapevamo niente della democrazia.  Per la maggioranza di quei giovani  a fargli aprire gli occhi fu il disastro della guerra nella quale ci aveva precipitato il fascismo. 
   Come hanno inciso sul carattere nazionale quegli anni di massiccio indottrinamento. Gli effetti si sono notati, anche se attenuati dal fatto che , come detto,  la maggioranza dei ceti popolari fu  refrattaria al fascismo. 
   Anzitutto la deformazione dell’idea di Patria e di unità nazionale di cui tanto parlava il fascismo. 
   Con le leggi eccezionali del 1926-27 con le quali venivano abrogate le poche libertà dello Statuto Albertino, abolite le autonomie locali (non più sindaci e consigli comunali eletti), esautorato il parlamento, sciolti i  partiti, creato il tribunale speciale, ecc., si perveniva alla identificazione tra fascismo, stato, Patria. Era il vero inizio della morte della Patria.
   Dal Risorgimento avevamo ereditato il concetto di Patria coniugato a libertà e al rispetto per la patrie e le libertà degli altri popoli (Garibaldi e Mazzini anzitutto, ma anche Nullo , Santarosa, ecc. che vanno a combattere per la libertà di altri popoli). La patria fascista era una cosa ben diversa che propugnava un nazionalismo volto a sopraffare, soggiogare altre nazioni. , e che all’interno costringeva all’esilio o alla prigione quelli che la pensavano diversamente dalla tirannide.
   Mazzini aveva detto che Patria è la casa di uomini liberi non di schiavi.                                     
   Il fascismo mancava di quei   valori profondi di umanità , civiltà , libertà,  eguaglianza,  rispetto per i diversi e convivenza, che sono le basi dell’unità nazionale. Una nazione non può essere unita se una parte di essa opprime l’altra. , se si mitizza il capo della fazione fino a farlo diventare un dio. 
  Il fascismo che aveva la pretesa di costruire l’uomo nuovo in realtà operò trasformazioni solo verso il basso, verso il degrado dei costumi nazionali. Per esprimere mutamenti in senso positivo moderno, avanzato,  la premessa avrebbe dovuto essere il guardare in faccia, criticamente , la nostra realtà, la nostra storia, i nostri difetti, i nostri mali. Per i fascisti fare questo significava essere “antinazionaliâ€.
   Pertanto il fascismo non potè che essere espressione delle realtà nazionali più arretrate, provinciali, piccolo borghesi,  rurali, facendo leva su vecchi difetti nazionali (specie di certe zone) :  il formalismo, il conformismo, la retorica, la furbizia che prevale sul senso civico, la mancanza del senso del ridicolo,dell’autocritica, dell’autoironia.      L’apparire anziché l’essere.  L’essere deboli, supini con i forti, i potenti, quelli che comandano, ed essere arroganti con i deboli.   E la ridicola presunzione di essere noi il centro del mondo, gli eredi di Roma,  presunzione dalla quale derivava il generalizzato provincialismo, anche delle classi colte . Con una miope chiusura verso le altre culture  e a quanto di nuovo esse producevano. 
   E non si può  non ricordare la funzione addormentatrice delle coscienze . Il fascismo impose il compromesso morale a norma di vita. Pensiamo ai milioni di cittadini di allora , che in cuor loro non erano affatto fascisti e che per trovare un posto, un lavoro, o per non precludersi la carriera dovettero mettere da parte le loro convinzioni, la loro dignità personale,  ed umiliarsi a prendere la “tessera†del fascio, per assicurare il pane alla famiglie.  Si impose il “familismo amorale†: col “tengo famiglia†si giustificava tutto.  
   (Come caso limite ricordiamo l’episodio del 1931 quando la quasi totalità dei docenti universitari si piegarono a prestare il ridicolo e umiliante giuramento fascista.   Moltissimi di loro contro le loro convinzioni.  Alcuni anche su precisa indicazione di Togliatti da Mosca, per non perdere il contatto con la scuola). 
   Avevamo detto che il motto del regime era  “Credere, obbedire, combattereâ€.  Perciò tutta l’educazione  improntata sulla disabitudine a ragionare criticamente (Credere),  all’assunzione di responsabilità (Obbedire), al dialogare con i diversi (Combattere).  (Alcuni storici spiegano anche così il disastro dell’8 settembre 1943).
   Si potrebbe continuare ancora.  Rileviamo soltanto che quella educazione, formò anche la generazione di docenti  che operò per decenni nella scuola del dopoguerra.   Un ‘ultima cosa  . Presso la scuola elementare “Grimani†di Marghera una bravissima insegnante, la signora Rigon, con l’aiuto, protratto per anni, di tanti nonni, e con ricerche presso vecchi magazzini,  ha ricreato in maniera perfetta un’aula di scuola elementare di quel tempo.  Sulla parete ai due lati del crocefisso ci sono i ritratti del re e del duce e sopra “l’altoparlanteâ€. Alle ore 10  l’EIAR (la RAI di allora) trasmetteva “Radio scuola†in aiuto alla diuturna propaganda dei  singoli insegnanti. Nella direzione didattica c’era l’apparato radio ricevente collegato con tutte le classi.
   Lo scrittore e giornalista Enzo Biagi riferendosi a quella educazione ha sentenziato: “Fu un miracolo se non diventammo scemi del tutto.†
      
Mario Bonifacio        4.12.08

 



Ultimo aggiornamento Martedì 27 Aprile 2010 13:19